martedì 24 febbraio 2009

PRG Provinciale, o sarà troppo tardi

L’urbanista Alfredo Di Patria descrive i rischi che corre il territorio di Caserta: “i napoletani useranno Terra di Lavoro come periferia-dormitorio”

Già oltre quindici anni fa l’architetto Alfrefo di Patria si interessava della conurbazione casertana in tesa, in pratica, come un unico mega agglomerato da Capua a Valle di Maddaloni, che comprende ben 17 comuni e una popolazione stimabile in oltre 300mila abitanti. E proprio in merito a questo argomento, l’urbanista di Santa Maria Capua Vetere ha, nel tempo, ha organizzato, già nel 97, un convegno i cui atti furono dati alle stampe.
Architetto, lei ha sempre sostenuta la necessità di sottomettere a una regolamentazione urbanistica complessiva lo sviluppo dei comuni afferenti alla conurbazione casertana. All’epoca sollecitava la redazione di un piano urbanistico comprensoriale. Lo ritiene ancora necessario?
Si, senz’altro. E non è necessario essere esperti in urbanistica per cogliere le ragioni per cogliere le ragioni di un piano intercomunale dei comuni gravitanti sul tracciato dell’Appia, da Maddaloni a Capua. I suddetti aggregati urbani, i cui territori sono compresi nella fascia delimitata tra i monti Tifatini e i regi Lagni, costituiscono da diversi decenni un sistema insediativo ad urbanizzazione continua dal contorno frastagliato. Una caotica conurbazione formatasi per l’incontrollato sviluppo dei comuni confinanti, che si è avuto a partire dagli anni 60. Da allora, purtroppo, preziose risorse territoriali (storiche, archeologiche, ambientali e produttive) sono state fagocitate dal proliferare di tessuti edilizi privi di strutturazione organica e di prospettive per le comunità locali. Da tempo la Provincia avrebbe dovuto imporre la redazione di uno strumento di pianificazione sovracomunale, capace di superare la frammentazione dei singoli piani regolatori e di promuovere l’organizzazione di una entità urbana unitaria che , con forza della sua identità, si prepari a giocare un ruolo di primo piano ne processo di riorganizzazione dell’intero territorio regionale.
Le si potrebbe obiettare che le trasformazioni urbane e territoriali cui fa riferimento, per, per quanto pesanti, abbiano avuto il merito di promuovere il passaggio dall’economia agricola a una moderna economia di stampo industriale. Quella che una volta fu definita la “Brianza del Sud”, per intenderci…
La “Brianza del Sud” è una definizione propagandistica che mal si attaglia al processo di industrializzazione di Terra di Lavoro, avvenuto negli anni 60 e 70: l’industrializzazione che abbiamo conosciuto era dovuta all’insediamento di gruppi imprenditoriali stranieri e a un forte sostegno finanziario statale per le infrastrutture.
In effetti, l’indotto locale si è sviluppato in condizioni di subalternità: i nostri imprenditori non hanno mai raggiunto una reale autonomia nell’acquisizione di quote di mercato, né tantomeno adeguati livelli di specializzazione tecnologica. Tanto è vero che, quando i grandi protagonisti hanno avviato la dismissione, è venuto meno l’intero sistema, sia in termini di produttività, sia di livelli occupazionali. In seguito, man mano che le industrie manifatturiere chiudevano, lo sviluppo edilizio ha soppiantato quello industriale: il mattone è diventato la prevalente forma di investimento di operatori locali assolutamente incapaci di dar vita a un nuovo modello economico.
L’epopea del mattone parente prossima della speculazione e dell’abusivismo?
Si, ma con un’amara considerazione a margine. Contrariamente a ciò che si pensa, l’abusivismo ha svolto un ruolo quasi marginale rispetto al degrado del territorio. Molto di più hanno, a mio avviso, i piani regolatori comunali. L’uso del territorio, com’è sotto gli occhi di tutti, è stato definitivamente sottomesso alle ragioni del profitto e dell’acquisizione del consenso politico clientelare. Pubblico e privato si sono coalizzati per inventarsi nuove forme di sfruttamento, sbandieriate come iniziative capace di produrre sviluppo. E la debolezza economica di questo sistema e le sue lancinanti contraddizioni sociali sono l’amaro bilancio della sconsiderata politica di pianificazione degli ultimi decenni: dovrebbero servire ad aprire finalmente gli occhi alla gente e a respingere certe imposture.
Allo stato attuale, qual è il rischio peggiore che corre la conurbazione casertana?
Rischio concreto e terribile è quello di una fusione con l’altra sgangherata conurbazione di Terra di Lavoro, ossia la conurbazione aversana, che si snoda da Casal di Principe ad Orta di Atella, posta a sua volta a ridosso dei popolosi centri abitati che furono in origine i casali napoletani. Una sconsiderata urbanizzazione della fascia agricola a cavallo dei Regi Lagni, eliminando l’ultima zona verde-cuscinetto, porterebbe alla agglomerazione totale con Napoli, a un’unica ingovernabile “ecumenopoli” napoletana, in cui Caserta sarebbe relegata a periferia-dormitorio.
Non pensa che il Piano Territoriale Regionale contenga le misure di pianificazione adatte a scongiurare questa eventualità? Ed inoltre, non è in fase di redazione anche un Piano di Territoriale di Coordinamento Provinciale?
Tutt’altro! Innanzitutto la pianificazione provinciale risulta irrimediabilmente condizionata da quella regionale. Quanto al Piano Territoriale Regionale, basta leggerlo per rendersi conto che esso, alla fine di ponderosi analisi, non disciplina in maniera limpida e determinata proprio un bel niente, rimandando tutto a forme di pianificazione locale concertate tra istituzioni ed operatori. Il messaggio è chiaro: si può fare tutto a condizione che venga approvato a livello regionale. E, peraltro, la classe dirigente napoletana ha già deciso di utilizzare la piana casertana come il luogo in cui scaricare le contraddizioni demografico-produttive di Napoli. Un campo sconfinato, quindi, per operatori di ogni calibro (e ogni spregiudicatezza) e per svariate forme di accordi politici e spartizioni di affari. Fosche ombre si addensano sulla sorte della conurbazione casertana, proprio ora che sarebbe davvero venuto il momento di operare perché essa ritrovi una fisionomia, un proprio equilibrio demografico, produttivo ed ambientale.
Su di essa potrebbe abbattersi la mannaia di un’arrogante pianificazione concertata tra addetti ai lavori – politici, investitori, costruttori - le cui decisioni passerebbero sulla testa delle comunità locali.
Dalla rivista mensile "Fresco di Stampa"

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